Chi fa cosa: l'aiuto a casa, pubblico e privato
ADI, SAD, accompagnamento, badante: quando una persona cara ha bisogno di aiuto in casa, la prima fatica è capire chi fa cosa. Ecco la mappa, in parole semplici.
Quando una persona di famiglia comincia ad avere bisogno di aiuto — dopo una caduta, dopo un ricovero, o semplicemente perché gli anni si fanno sentire — la prima cosa che si incontra non è una soluzione, ma una fila di sigle. ADI, SAD, invalidità, accompagnamento. Sembrano tutte la stessa cosa, e non lo sono.
Conviene partire da un'idea semplice: l'aiuto a casa arriva da tre parti diverse, che non si escludono tra loro. C'è la sanità, che cura. C'è il Comune, che sostiene nella vita di tutti i giorni. E c'è la famiglia, che organizza tutto il resto, spesso con l'aiuto di una persona assunta privatamente. Accanto a queste tre c'è l'INPS, che in certi casi riconosce un aiuto economico.
La sanità: l'Assistenza Domiciliare Integrata (ADI)
L'ADI porta a casa le cure che altrimenti si riceverebbero in ambulatorio o in ospedale: l'infermiere che medica una ferita, il fisioterapista dopo una frattura, le visite del medico, a volte l'aiuto per l'igiene di chi è costretto a letto. È organizzata dall'Azienda sanitaria del proprio territorio e segue un piano di assistenza pensato per quella persona.
Di solito la propone il medico di famiglia, oppure il reparto al momento delle dimissioni dall'ospedale; in molte regioni ci si può rivolgere anche al Punto unico di accesso (PUA) del distretto sanitario. Le prestazioni sanitarie sono a carico del Servizio sanitario nazionale.
Quello che l'ADI non fa, ed è bene saperlo subito: non è una presenza continua. Sono visite — un'ora, qualche volta alla settimana — non ore di compagnia.
Il Comune: il Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD)
Il SAD è l'aiuto del Comune per la vita quotidiana: l'igiene personale, la preparazione dei pasti, un po' di cura della casa, le commissioni. Si chiede all'assistente sociale del proprio Comune, che valuta la situazione insieme alla famiglia.
Ogni Comune lo organizza a modo suo: può essere gratuito o prevedere una quota, di solito calcolata in base all'ISEE. In molti posti c'è una lista d'attesa. Anche qui si parla di qualche ora alla settimana, non di tutta la giornata.
L'INPS: l'indennità di accompagnamento
L'indennità di accompagnamento è una somma mensile riconosciuta a chi, per le proprie condizioni di salute, non riesce a camminare senza l'aiuto costante di un'altra persona, oppure non riesce a compiere da solo gli atti quotidiani della vita: mangiare, lavarsi, vestirsi. Non spetta durante un ricovero in un istituto con retta pagata dallo Stato o da un ente pubblico.
Due cose sorprendono molte famiglie. La prima: non dipende dal reddito, né da quello della persona né da quello della famiglia. La seconda: non dipende dall'età.
Il percorso comincia dal medico, che compila e invia all'INPS il certificato medico introduttivo. Con la riforma della disabilità — già in vigore in molte province, tra cui Roma, Milano e Torino, e prevista in tutta Italia dal 1° gennaio 2027 — basta il certificato: non serve più una domanda separata. Dove la riforma non è ancora partita, dopo il certificato si presenta la domanda all'INPS, da soli con SPID o CIE oppure tramite un patronato. In entrambi i casi si viene poi chiamati a visita dalla commissione medica dell'INPS, e un patronato può aiutare gratuitamente in ogni passaggio.
L'indennità non è legata a una spesa precisa: la famiglia decide come usarla. Molte la destinano proprio a pagare una parte dell'aiuto in casa.
La famiglia: l'aiuto privato
Tutto ciò che sta in mezzo — le ore in cui non passa nessuno, le notti, le giornate lunghe — di solito lo copre la famiglia. A volte da sola, spesso con una persona assunta: una badante, un'assistente familiare, qualcuno che viene qualche ora al giorno o che vive in casa.
È qui che entra un servizio come MiCURA, che mette in contatto le famiglie con chi offre il proprio tempo. Il rapporto di lavoro, poi, è tra la famiglia e la persona scelta.
Perché così tante famiglie scelgono la casa
Non è solo un'abitudine. In un'indagine del Censis per Assindatcolf, circa 6 famiglie su 10 tra quelle associate (circa 1.600) dichiarano di preferire l'assistenza a casa al ricovero in una struttura; tra gli intervistati sopra i 64 anni, quasi sette su dieci scartano la RSA. Il motivo più citato (59%) è che fuori casa è difficile ritrovare le stesse attenzioni.
A casa restano le abitudini, gli oggetti di una vita, i vicini, il proprio ritmo. E con un aiuto che copre le ore più difficili, la famiglia può non dover scegliere tra il lavoro e la persona cara, e continuare a esserci senza consumarsi.
Non si sceglie: si somma
L'errore più comune è pensare di dover scegliere tra una cosa e l'altra. Non è così. L'infermiere dell'ADI può passare il martedì, l'operatrice del Comune il giovedì mattina, e la persona assunta dalla famiglia esserci tutti i pomeriggi. Ognuno fa la sua parte, e insieme coprono la settimana.
- Il medico di famiglia. È lui che può attivare l'ADI e compilare il certificato per l'accompagnamento.
- L'assistente sociale del Comune. Per capire se c'è il SAD, a che condizioni e con quali tempi.
- Un patronato. Per farsi aiutare, gratuitamente, con la pratica per l'accompagnamento, se ci sono le condizioni.
- Solo a questo punto, con il quadro chiaro, decidere quante ore di aiuto privato servono davvero.
- INPS — Indennità di accompagnamento agli invalidi civili
- Censis — Indagine per Assindatcolf: badante o RSA
- INPS — Riforma della disabilità: le province coinvolte
- Il distretto dell'Azienda sanitaria e l'ufficio servizi sociali del proprio Comune.