Capitolo primo

Chi fa cosa: l'aiuto a casa, pubblico e privato

ADI, SAD, accompagnamento, badante: quando una persona cara ha bisogno di aiuto in casa, la prima fatica è capire chi fa cosa. Ecco la mappa, in parole semplici.

Quando una persona di famiglia comincia ad avere bisogno di aiuto — dopo una caduta, dopo un ricovero, o semplicemente perché gli anni si fanno sentire — la prima cosa che si incontra non è una soluzione, ma una fila di sigle. ADI, SAD, invalidità, accompagnamento. Sembrano tutte la stessa cosa, e non lo sono.

Conviene partire da un'idea semplice: l'aiuto a casa arriva da tre parti diverse, che non si escludono tra loro. C'è la sanità, che cura. C'è il Comune, che sostiene nella vita di tutti i giorni. E c'è la famiglia, che organizza tutto il resto, spesso con l'aiuto di una persona assunta privatamente. Accanto a queste tre c'è l'INPS, che in certi casi riconosce un aiuto economico.

La sanità: l'Assistenza Domiciliare Integrata (ADI)

L'ADI porta a casa le cure che altrimenti si riceverebbero in ambulatorio o in ospedale: l'infermiere che medica una ferita, il fisioterapista dopo una frattura, le visite del medico, a volte l'aiuto per l'igiene di chi è costretto a letto. È organizzata dall'Azienda sanitaria del proprio territorio e segue un piano di assistenza pensato per quella persona.

Di solito la propone il medico di famiglia, oppure il reparto al momento delle dimissioni dall'ospedale; in molte regioni ci si può rivolgere anche al Punto unico di accesso (PUA) del distretto sanitario. Le prestazioni sanitarie sono a carico del Servizio sanitario nazionale.

Quello che l'ADI non fa, ed è bene saperlo subito: non è una presenza continua. Sono visite — un'ora, qualche volta alla settimana — non ore di compagnia.

Il Comune: il Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD)

Il SAD è l'aiuto del Comune per la vita quotidiana: l'igiene personale, la preparazione dei pasti, un po' di cura della casa, le commissioni. Si chiede all'assistente sociale del proprio Comune, che valuta la situazione insieme alla famiglia.

Ogni Comune lo organizza a modo suo: può essere gratuito o prevedere una quota, di solito calcolata in base all'ISEE. In molti posti c'è una lista d'attesa. Anche qui si parla di qualche ora alla settimana, non di tutta la giornata.

L'INPS: l'indennità di accompagnamento

L'indennità di accompagnamento è una somma mensile riconosciuta a chi, per le proprie condizioni di salute, non riesce a camminare senza l'aiuto costante di un'altra persona, oppure non riesce a compiere da solo gli atti quotidiani della vita: mangiare, lavarsi, vestirsi. Non spetta durante un ricovero in un istituto con retta pagata dallo Stato o da un ente pubblico.

Due cose sorprendono molte famiglie. La prima: non dipende dal reddito, né da quello della persona né da quello della famiglia. La seconda: non dipende dall'età.

Il percorso comincia dal medico, che compila e invia all'INPS il certificato medico introduttivo. Con la riforma della disabilità — già in vigore in molte province, tra cui Roma, Milano e Torino, e prevista in tutta Italia dal 1° gennaio 2027 — basta il certificato: non serve più una domanda separata. Dove la riforma non è ancora partita, dopo il certificato si presenta la domanda all'INPS, da soli con SPID o CIE oppure tramite un patronato. In entrambi i casi si viene poi chiamati a visita dalla commissione medica dell'INPS, e un patronato può aiutare gratuitamente in ogni passaggio.

L'indennità non è legata a una spesa precisa: la famiglia decide come usarla. Molte la destinano proprio a pagare una parte dell'aiuto in casa.

La famiglia: l'aiuto privato

Tutto ciò che sta in mezzo — le ore in cui non passa nessuno, le notti, le giornate lunghe — di solito lo copre la famiglia. A volte da sola, spesso con una persona assunta: una badante, un'assistente familiare, qualcuno che viene qualche ora al giorno o che vive in casa.

È qui che entra un servizio come MiCURA, che mette in contatto le famiglie con chi offre il proprio tempo. Il rapporto di lavoro, poi, è tra la famiglia e la persona scelta.

Perché così tante famiglie scelgono la casa

Non è solo un'abitudine. In un'indagine del Censis per Assindatcolf, circa 6 famiglie su 10 tra quelle associate (circa 1.600) dichiarano di preferire l'assistenza a casa al ricovero in una struttura; tra gli intervistati sopra i 64 anni, quasi sette su dieci scartano la RSA. Il motivo più citato (59%) è che fuori casa è difficile ritrovare le stesse attenzioni.

A casa restano le abitudini, gli oggetti di una vita, i vicini, il proprio ritmo. E con un aiuto che copre le ore più difficili, la famiglia può non dover scegliere tra il lavoro e la persona cara, e continuare a esserci senza consumarsi.

Non si sceglie: si somma

L'errore più comune è pensare di dover scegliere tra una cosa e l'altra. Non è così. L'infermiere dell'ADI può passare il martedì, l'operatrice del Comune il giovedì mattina, e la persona assunta dalla famiglia esserci tutti i pomeriggi. Ognuno fa la sua parte, e insieme coprono la settimana.

Da dove cominciare, in quattro passi
  1. Il medico di famiglia. È lui che può attivare l'ADI e compilare il certificato per l'accompagnamento.
  2. L'assistente sociale del Comune. Per capire se c'è il SAD, a che condizioni e con quali tempi.
  3. Un patronato. Per farsi aiutare, gratuitamente, con la pratica per l'accompagnamento, se ci sono le condizioni.
  4. Solo a questo punto, con il quadro chiaro, decidere quante ore di aiuto privato servono davvero.
Capitolo secondo

Convivente, a ore o di notte: quale aiuto serve davvero

Prima di cercare una persona, conviene capire di quante ore c'è bisogno, e di quali. Le tre forme più comuni, con le regole che le accompagnano.

«Mi serve una badante» è quasi sempre la prima frase. Ma «badante» non dice quante ore, né quali, né se anche di notte. Ed è da lì che dipende quasi tutto: il tipo di contratto, il costo, l'organizzazione della casa e, soprattutto, se l'aiuto funzionerà davvero.

Partire dalla giornata, non dalla formula

Prima di pensare al contratto, conviene prendere un foglio e raccontare una giornata tipo della persona da assistere, dalla sveglia alla notte. Poi rispondere a qualche domanda, con onestà:

  • Può restare da sola? Per quanto tempo, senza rischi?
  • Di notte si alza? Ha bisogno di qualcuno per andare in bagno, per bere, per essere girata nel letto?
  • Serve aiuto per lavarsi, vestirsi, prendere le medicine, camminare?
  • In famiglia c'è qualcuno che può coprire alcune ore, o alcuni giorni?

Le risposte, messe in fila, disegnano già la forma dell'aiuto.

A ore: una presenza per una parte del giorno

È la forma più flessibile: la persona viene a casa per alcune ore e poi torna a casa sua. Va bene quando chi è assistito è ancora abbastanza autonomo, oppure quando in famiglia qualcuno copre il resto della giornata.

Il contratto nazionale del lavoro domestico fissa, per chi non vive in casa, un massimo di 8 ore al giorno, non consecutive, e di 40 ore alla settimana, distribuite su cinque o sei giorni. Sotto quelle soglie ci si accorda liberamente: due ore al mattino, tre il pomeriggio, solo il sabato. La domenica è il giorno di riposo previsto dal contratto: se si lavora, va compensata.

Convivente: qualcuno che vive in casa

Si parla di convivenza quando la persona assunta vive nella casa di chi è assistito. È la soluzione più comune quando l'autonomia è ridotta e serve una presenza costante durante il giorno.

«Convivente», però, non vuol dire «sempre disponibile». Il contratto prevede al massimo 10 ore di lavoro al giorno, non consecutive, e 54 alla settimana. Nella giornata spetta un riposo di almeno 11 ore consecutive e, in genere, una pausa di almeno due ore nel pomeriggio, durante la quale si può anche uscire. Ogni settimana spettano 36 ore di riposo: di solito 24 la domenica e altre 12 in un altro giorno.

Alla persona convivente la famiglia garantisce vitto e alloggio: i pasti e un posto dove dormire, dignitoso e con la sua riservatezza. Vale la pena pensarci prima: c'è una stanza libera? Un bagno che si può condividere con serenità?

La notte: la domanda che si fa troppo tardi

Molte difficoltà nascono qui. Una persona che lavora di giorno non può anche vegliare di notte: ha diritto al suo riposo, e se viene svegliata di continuo, dopo qualche settimana nessuno regge.

Se chi è assistito si sveglia spesso o ha bisogno di aiuto durante la notte, il contratto nazionale prevede forme apposite di presenza e di assistenza notturna. Meglio parlarne apertamente fin dal primo incontro, invece di scoprirlo dopo.

Il giorno di riposo e le ferie: chi c'è quando lei non c'è

È il punto che quasi tutti dimenticano. La domenica, la mezza giornata libera in settimana, le ferie — il contratto ne prevede 26 giorni lavorativi l'anno: in quei momenti qualcuno deve esserci. Un familiare, oppure una seconda persona per poche ore alla settimana.

Per queste coperture brevi e regolari funzionano bene anche i più giovani: studenti e ragazzi maggiorenni che hanno libero proprio il fine settimana o qualche sera.

Tre situazioni, tre risposte
  • È autonoma, ma non deve restare sola troppo a lungo.Un aiuto a ore, al mattino o nelle ore più delicate della giornata.
  • Ha bisogno di aiuto per gran parte del giorno, ma la notte dorme.Una persona convivente, con qualcuno che la sostituisca nel riposo settimanale e nelle ferie.
  • Si sveglia spesso di notte, o ha bisogno di assistenza continua.Parlarne con il medico e prevedere un'assistenza notturna dedicata, oltre all'aiuto di giorno.

Le regole possono cambiare e ogni situazione ha le sue particolarità: prima di firmare vale la pena farsi aiutare da un patronato, da un CAF o da un'associazione dei datori di lavoro domestico.

Capitolo terzo

Assumere in regola, un passo alla volta

Chi assume una persona per aiutare in casa diventa un datore di lavoro. Sembra complicato, ma sono pochi passi, e sempre gli stessi.

Quando una famiglia trova la persona giusta, la tentazione è di cominciare subito e sistemare le carte «più avanti». È il momento sbagliato per rimandare: mettersi in regola dal primo giorno protegge entrambi. Chi lavora ha i contributi per la pensione, l'assicurazione contro gli infortuni, la tutela della maternità e le tutele del contratto in caso di malattia. La famiglia evita sanzioni, e ha un rapporto chiaro, scritto, su cui contare.

Chi è il datore di lavoro

Il datore di lavoro è la famiglia: la persona assistita, oppure un familiare che assume per lei. Non un'agenzia, e nemmeno il sito dove ci si è conosciuti. MiCURA, per esempio, mette in contatto e si ferma lì: il contratto è tra la famiglia e la persona che lavora.

Primo passo: mettersi d'accordo, per bene

Prima di tutto, sul concreto: quali giorni e quali ore, che cosa c'è da fare, se in convivenza o a ore, quanto si paga e da quando. Il contratto nazionale divide il lavoro domestico in livelli, secondo le mansioni: chi assiste una persona non autosufficiente ha un livello diverso da chi si occupa soltanto della casa, e minimi di paga diversi. È normale anche un periodo di prova iniziale.

Secondo passo: la lettera di assunzione

Gli accordi si mettono per iscritto in una lettera di assunzione, firmata da entrambi prima di cominciare, con una copia per ciascuno: data di inizio, mansioni e livello, orario, paga, eventuale vitto e alloggio, luogo di lavoro. Esistono modelli pronti, e patronati e associazioni aiutano a compilarli.

Se la persona viene da un Paese fuori dall'Unione europea, serve un permesso di soggiorno che le consenta di lavorare.

Terzo passo: la comunicazione all'INPS

L'assunzione va comunicata all'INPS entro le ore 24 del giorno prima dell'inizio del lavoro, anche se quel giorno è festivo. Si può fare:

  • sul sito dell'INPS, entrando con SPID, CIE o CNS;
  • con l'app INPS Mobile;
  • chiamando il contact center: 803 164 da rete fissa, 06 164 164 da cellulare;
  • oppure tramite un patronato, un CAF o un consulente del lavoro.

Allo stesso modo, entro 5 giorni, si comunicano le variazioni — un cambio d'orario, per esempio — e la fine del rapporto.

Ogni mese, ogni anno

Ogni mese la paga si accompagna a un prospetto che dice che cosa è stato pagato e perché. Poi ci sono le voci che maturano nel tempo: la tredicesima, di solito a dicembre; le ferie, 26 giorni lavorativi all'anno; e il TFR, la liquidazione, che si paga alla fine del rapporto.

I contributi, quattro volte l'anno

I contributi INPS del lavoro domestico si pagano ogni tre mesi, con l'avviso pagoPA. Le scadenze sono sempre le stesse (se il 10 cade di sabato, di domenica o in un giorno festivo, si paga il primo giorno lavorativo successivo):

  • 10 aprile, per gennaio, febbraio e marzo;
  • 10 luglio, per aprile, maggio e giugno;
  • 10 ottobre, per luglio, agosto e settembre;
  • 10 gennaio, per ottobre, novembre e dicembre dell'anno prima.

Se il rapporto di lavoro finisce, i contributi dell'ultimo periodo si pagano entro 10 giorni dalla fine.

Quello che si recupera con la dichiarazione dei redditi

Due agevolazioni, da conoscere:

  • i contributi versati, per la parte a carico della famiglia, si possono dedurre dal reddito fino a 1.549,37 euro l'anno;
  • se la persona assistita non è autosufficiente, le spese per la badante danno diritto a una detrazione del 19% su un massimo di 2.100 euro l'anno, per chi ha un reddito complessivo fino a 40.000 euro.

Attenzione a un dettaglio che fa perdere la detrazione: la paga deve essere versata con un mezzo tracciabile (bonifico, carta, assegno). Se è pagata in contanti, la detrazione non spetta. Per entrambe le agevolazioni conviene conservare con cura ricevute e documenti, compreso il certificato medico che attesta la non autosufficienza, e verificare ogni anno le condizioni con un CAF.

A chi chiedere aiuto

Nessuno deve fare tutto da solo. Patronati e CAF aiutano con la comunicazione all'INPS, le buste paga e i contributi. Ci sono i consulenti del lavoro, e le associazioni nazionali dei datori di lavoro domestico, che seguono le famiglie passo per passo.

In breve
  1. Accordarsi su ore, mansioni, paga e prova.
  2. Scrivere e firmare la lettera di assunzione.
  3. Comunicare l'assunzione all'INPS entro le 24 del giorno prima.
  4. Ogni mese il prospetto paga; ogni tre mesi i contributi.
  5. Pagare con un mezzo tracciabile e conservare le ricevute per la dichiarazione dei redditi.
Fine

Queste pagine spiegano in parole semplici regole che possono cambiare nel tempo: non sostituiscono il parere di un professionista. Prima di decidere, conviene sempre verificare con l'INPS, un patronato o un CAF.

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